lunedì 4 aprile 2022

Undici anni

Tanti sono da maggio 2011 a marzo 2022: undici anni di silenzio, nullità, vita vuota.
Adesso qualcosa sta cambiando: cellule tumorali in libera uscita nel mio intestino.
È cominciata il 18 marzo (un venerdì) con una telefonata dal centro screening della mia provincia: risultato positivo nella ricerca di sangue invisibile a occhio nudo nelle mie feci. Argomento poco appetitoso, mi rendo conto; sono le cose della vita.
Concordiamo un appuntamento per una colonscopia urgente.
Mercoledì 23: esplorazione delle mie budella, previo lavaggio a base di abbondante liquido spurgante (come altro chiamarlo?)
OK, finisco un altro momento: devo correre all'appuntamento per l'elettrocardiogramma preoperatorio.
Bai.

venerdì 20 maggio 2011

Quarantasei

Domani compio 46 (quarantasei!) anni e riesco a vedermi solo come un fallito.

Per sei anni della mia vita recente avevo posseduto una certa labile, liquida sicurezza data dalla continuità e apparente serenità della mia relazione con una donna. Quei cinque anni di convivenza sono stati davvero i più belli finora.

Poi due anni fa, a 43 anni, da una settimana all'altra mi crolla il mondo addosso: mi convinco di non essere realmente importante per la mia compagna, e che non avremo figli, e di essere destinato a una vecchiaia triste, sdentata, solitaria.

Cado in una depressione tremenda, mai vissuta prima. Sono una nullità, un nessuno, un buono a nulla senza qualità, senza nerbo, che nessuno considera e desidera.

La mia compagna sente il mio disagio e mi chiede cosa non va tra noi, ma io non trovo il coraggio per dirle le paure che mi hanno assalito. Sei mesi dopo lei se n'è andata senza che io le abbia detto cosa realmente non va.

Adesso lei sta in un altro continente, io sono nell'appartamento dove abbiamo abitato insieme. Lei ha cambiato vita, amicizie, abitudini; io sono rimasto quello che ero (diventato) prima: con tutti i miei dubbi, le mie ansie; circondato da oggetti e persone e luoghi che mi ricordano continuamente lei, la mia compagna di quei sei anni indimenticabili.

Giorno e notte non mi abbandona mai un terribile senso di fallimento; nulla che io mi dica (o altri mi dicano) riesce a farmi passare di mente che io ho fatto morire una relazione che era una cosa viva, vivibile e che sono responsabile dell'infelicità di due persone: quella della mia ex (che però credo si sia ripresa dopo i primi momenti difficili) e la mia.

La mia infelicità sta durando ormai da due anni, e mi chiedo spesso se mai finirà; del resto non sto facendo nulla per dimenticare la mia ex (per lei provo ancora amore), né gli sbagli che ho fatto. Inoltre mi ritengo responsabile almeno al novantacinque per cento per la fine della nostra storia, e ne sono proprio convinto.

Questo pomeriggio sono in casa, solo come sempre, con molte cose da fare. Oltre a preparare alcune cose urgenti per il mio lavoro voglio lavare i piatti, lanciare una lavatrice di biancheria sporca, farmi una torta Cameo allo yogurt con i frutti di bosco e decorata con le fragole, dare acqua ai trapianti nell'orto (eufemismo per indicare un'aiuola condominiale anarchicamente trasformata in orto privato con pomodori, melanzane, sedano, salvia e zucche), stirare la biancheria lavata e accumulata nell'ultimo mese o giù di lì, eccetera eccetera.

giovedì 27 agosto 2009

La forza delle cose

E quando finalmente stai cominciando a renderti conto di quanto lei ti manca, allora ti guardi in giro in quella che era la vostra casa e se, come nel mio caso, lei è stata molto generosa andandosene, t'accorgi che sei circondato da cose che ti ricordano continuamente la vostra storia vissuta insieme. Ma le cose non sono mica neutre: le cose — e i ricordi che esse portano — ti assediano!

Mi ha lasciato un sacco di cose belle, utili e costose: la lavatrice che avevamo comperato assieme, quando quella dell'appartamento in affitto in cui siamo stati per i primi tre anni aveva smesso di funzionare; la stiratrice a vapore, selezionata con attenzione tra diverse marche in diversi negozi; certe lenzuola (le altre se l'è portate via, ma effettivamente ci erano state regalate quasi tutte da sua madre); il letto (be', sì, quello era un regalo dei miei; però ogni volta che lo vedo, penso a lei: l'avevamo scelto insieme, ci abbiamo dormito solo io e lei, e nessun altro); il lettore DVD, e il ricevitore per il digitale terrestre e per il satellite, dopo che li aveva pagati entrambi lei («Tanto, nel mio appartamento il satellite non c'è.»); tutti i piatti e i bicchieri, e schiere di tazzine da caffè e tazze da the che ci erano state regalate da sua madre; le posate che avevamo comperato all'IKEA (quelle col manico di plastica trasparente, con dentro le bolle d'aria: quasi tutte andate in pezzi [le posate, non le bolle]) e al Lidl (acciaio tedesco, dureranno in eterno); il congelatore pieno di piatti semipronti, preparati o cucinati da sua madre, come pure diverse deliziose conserve di sugo per la pasta e peperoni in agrodolce che ancora troneggiano in credenza o in cantina; tutta la nostra raccolta di spezie per la cucina, dal pepe nero alla noce moscata passando per l'origano e la cannella; i detersivi di cui avevamo fatto scorta al Lidl per anni a venire; certi tipi di pasta regionale che le erano stati regalati da sue amiche; tutte le nostre foto su pellicola (devo ricordarmi di prepararle le ristampe, ma cosa sto aspettando, dannazione?); il nostro assortimento di the, d'infusi e di prugne secche (be', queste effettivamente servivano più a lei che a me); e quella bella scarpiera che c'è nell'ingresso, pagata solo da lei, presa pochi mesi prima che ci separassimo; e chissà quante altre cose non ho dimenticato?

Ma si aggiungono altre cose che ho pagato di tasca mia, però abbiamo scelto insieme, o le ho scelte io mentre lei era via, però le chiedevo cosa ne pensava e la informavo — puntualmente, approfonditamente, continuamente — a distanza, anche con foto: tutti i mobili nuovi della casa che doveva essere la capanna per i nostri due cuori, da quelli di cucina alla camera da letto, passando per il bagno. E le finiture della casa stessa, dalle piastrelle di cucina e del bagno al motivo del laminato che ricopre il pavimento della cucina-soggiorno.

E questi quarantasette metri quadri veramente calpestabili che chiamo il mio castello, se non era per lei non li comperavo, né li ristrutturavo mica. A me, mi bastava una spelonca da qualche parte. Lei disse: «Quest'appartamento è stata un'idea tua, o di tuo padre. Che non ti salti in mente di dire che hai fatto questa casa per me! Io non l'ho chiesta! E i tuoi genitori, se volevano davvero farci un regalo, potevano dirci: "Ecco qua centomila euro, ora scegliete quello che più vi piace".»

Amore mio, tutto quello che ho fatto, l'ho fatto per te ("Everything I do, I do it for you"). Mentre faticavo e sudavo (la ristrutturazione l'ho fatta "in economia"), pensavo a te e a me, a quanto sarebbe stato bello stare qui insieme, tra le nostre quattro mura. Doveva comunque essere solo un punto di partenza: possiamo stare qui cinque o dieci anni, poi vendere l'appartamento e fare un mutuo noi due insieme e comperarci o costruirci il vero castello dei nostri sogni.

Tu avevi bisogno del tuo stipendio per finanziare il tuo dottorato (in particolare durante il periodo in Canadà), che effettivamente t'ha preso giusto, giusto tre anni: neanche a farlo apposta è proprio quello che ci ho messo io — cioè dal 2006 al 2009 — per completare la ristrutturazione, o sbaglio? Solo che invece di spendere i soldi in affitto, li ho spesi per investirli in una proprietà immobiliare. Ho fatto davvero tanto male?

Nessuno dei miei coetanei che frequento ha fatto una ristrutturazione "in economia", come l'ho fatta io con l'aiuto determinante di mio padre (anche in termini di fatica fisica e di rischi per l'incolumità: quel giorno che si è staccata la carrucola e per poco gli ha mancato la testa, papà poteva restarci secco). Se fossero stati disponibili soldi anche da parte tua, avremmo potuto certo fare di più; ma ti ricordi che io mi sia mai lamentato, o ti abbia fatto pesare alcuna cosa? No, non credo proprio che questo sia mai successo. Non lo faccio neppure ora. Per me eri la mia principessa, e io ero il cavaliere senza paura (e anche un po' incosciente) che costruiva un castello per la sua principessa ("Quattro pareti più grigie del fumo di un treno: questo è il castello che io posso dare a te").

Adesso arriveranno finalmente i mobili del bagno, che abbiamo scelto insieme. Per fortuna che dal 730 è arrivato un buon rimborso fiscale (grazie agli sgravi previsti, nella legge finanziaria di quest'anno, per le ristrutturazioni e per l'adeguamento energetico), così riuscirò a pagarli senza particolari patemi d'animo. Lo stesso vale per il cartongessista che verrà a costruirmi l'antibagno, che senza quello il Comune non mi dà mica l'abitabilità, o comunque tra cinque o dieci anni non potrei mica rivenderlo se non fosse perfettamente "a norma" e in regola.

Be', fatto sta che anche se non ti vedo di persona, sono assediato da cose che mi fanno pensare a te.

E con tutto quello che ho investito in questi anni su di te, avrei quasi voglia di non trovarmi un'altra donna, bensì aspettarti al varco quando tra un paio d'anni anche a te verrà la voglia di maternità e di fare una famiglia.

Allora salterei fuori da un cespuglio e direi: «Tah-dah, eccomi qua: ho tutto pronto! Ricominciamo?»

Mi hai fregato un'altra volta, donnina :-(

martedì 23 giugno 2009

Addio?

Ciao amore bello, amore grande, l'amore più grande che avevo avuto finora.

Ciao sei anni di verdi speranze (ne avevo 37 quando ci siamo conosciuti), di aspettative deluse, di desideri non appagati, di fiducia in cambiamenti che non sono arrivati.

Ciao amore di sei anni, il tempo più lungo che avevo resistito con una donna e speravo che fosse il più lungo di tutta la mia vita, con l'ultima mia donna.

Ciao sogni di amore, affetto, carezze, tenerezza, vicinanza, pazienza l'uno per l'altra e comprensione, accettazione, innamoramento continuo e rinnovato.

Ciao piatti e bicchieri lavati, case nuove ripulite, pavimenti passati con l'aspirapolvere e lo straccio, biancheria lavata e stesa ad asciugare e poi stirata (o portata a stirare da tua madre), letti rifatti, cuscini sprimacciati e posati sul davanzale, lenzuola buttate sulla finestra a rinfrescarsi all'aria.

Ciao colazioni, pranzi e cene preparati e consumati assieme o da soli, ciao pranzi fuori casa pensando: «Che bello, stasera invece ceniamo insieme, occhi negli occhi.»

Ciao viaggi fatti insieme in macchina in Italia, in Irlanda, in Canada e in California e per ultimo in Austria, a Pasqua scorsa.

Ciao conto corrente "famiglia" su cui per anni abbiamo versato ciascuno un tot al mese.

Ciao cose comperate insieme e infine divise tra te e me, con infinita tristezza, mentre ci lasciavamo.

Ciao cose che non ti avevo ancora raccontato del mio passato, la tristezza dei primi anni di università a Padova e altre tristezze di donne che non erano durate a lungo prima di te.

Ciao amore, mi manchi tanto, il calore del tuo bel corpo accanto al mio nel letto buio.

Ciao amore.

giovedì 18 giugno 2009

Saturazione

Apparentemente funziono così: normalmente sono tollerante—assai tollerante. Vedo, sento cose che non mi piacciono ma poiché sono convinto che ciascuno abbia diritto a essere se stesso e esprimersi liberamente, taccio. Se mi limitassi a tacere, sarebbe finita lì; il fatto è che invece quella cosa vista o sentita, rimane scritta da qualche parte, poiché un omino in una stanzina nascosta ascolta anche lui, e scrive, scrive, scrive in un papiro immenso. Dev'essere un ometto con una barba bianca lunga, lunga fino alle ginocchia, forse calvo e quando non scrive (andrà pure lui al bagno ogni tanto, e dormirà quando dormo io?), porta la penna infilata dietro l'orecchio, sempre pronto a non perdersi una sillaba, uno sbuffo di troppo, un movimento degli occhi. Tutto viene registrato.

Poi ci sono i momenti in cui le cose viste e sentite, anziché giacersene dimenticate in santa pace, riaffiorano. Saranno i momenti in cui c'è meno da fare, c'è meno urgenza, o la mente ha energia in sovrappiù? Ecco allora che quelle cose vengono riviste (come in un cinemino privato, in cui l'omino se ne sta solo, soletto nella penombra) e rivissute, col sentimento momentaneo che avevano causato in me (anche lui è stato in qualche modo trascritto, come una colonna sonora sulla pellicola).

Se il mio sentimento era stato (o se diventa ora, cioè durante la visione) un senso di fastidio, un dispiacere, un pur minimo biasimo, magari un dolore piccolo o invece grande, una irritazione, una censura, un rifiuto o addirittura rabbia, ecco allora che quel sentimento viene risentito, rivissuto e anzi (visto che c'è il tempo e la calma) amplificato, e io mi rigiro come un arrosto, infilato su uno spiedo che viene girato sopra un fuoco. Che dolore!

In questi ultimi mesi, dopo che lei era tornata, c'erano giorni in cui giravo per la città o sul lavoro e mi sentivo un dolore al petto, un peso come se il cuore fosse schiacciato o dovesse scoppiare. Non mi era mai capitato prima in vita mia e mi sentivo vecchio. Pensavo: «Non posso più fare queste cose, vivere così.» In certi giorni avevo il sospetto che poco prima di un infarto ci si dovesse sentir così.

L'omino scriveva, l'insonnia mi torturava e io mi arrovellavo e rimuginavo cose viste e sentite, smorfie, sbuffi, facce, accenti, toni di voce. Lei ogni tanto mi faceva delle proposte di cose nuove da fare, ma fondamentalmente era così esclusivamente presa dalle sue cose, si arrabattava così profondamente per le sue urgenze che semplicemente non c'era il posto per una vita regolata, per una condivisione, per un "insieme".

Io stesso però, lo voglio ammettere, ho vissuto questi ultimi mesi sotto un certo stress lavorativo. Infatti ho deciso che non mi faccio più fregare e d'ora in avanti tenderò a relativizzare molto i miei impegni professionali. Si lavora per vivere, e io intendo vivere.

Per farla breve, io—per come sono fatto—a un certo punto "scoppio". Non ce la faccio più: ho accumulato troppe "cose" che mi hanno infastidito. Troppi ricordi spiacevoli mi rattristano, ho paura di invecchiare in una situazione senza uscita, sono terrorizzato dalla prospettiva di rimanere incastrato in un tunnel angusto e senza luce e di risvegliarmi un giorno quando è troppo tardi e nulla si può più cambiare.

Quanto sono tristi i vecchi soli, i vecchi che non hanno accanto nessuno, i vecchi "incastrati" in situazioni di poco amore, senza affetto, senza calore, senza condivisione!

Io voglio invecchiare serenamente! Voglio essere felice! Voglio accanto a me una donna che mi ami intensamente, che mi tocchi con le sue belle mani, che mi faccia delle carezze, che mi guardi con occhi morbidi, che mi venga vicino e mi scaldi, che mi consoli quando le cose mi vanno male, che sia dolce e tenera!

Voglio amore.

mercoledì 17 giugno 2009

Dire la verità

Mi sono reso conto che ho un vizio orribile: mi tengo dentro quello che penso. (Quasi) tutto!

E questo specialmente nelle relazioni di coppia, ahimè :-(

Conseguenza: tengo duro, tengo duro, tengo duro... Finché scoppio! E combino danni spaventosi—e definitivi.

Questa non è stata la prima volta. Anche anni fa, con un'altra fidanzata (la mia prima fidanzatina), ero stato dolce e buono sempre—finché a un certo punto le dissi che avevo bisogno di «sentirmi libero». Lei disse: «E allora vai, vai su per le montagne!» e io, mentre lei se ne andava piangendo, a spalle basse, mi sentii sùbito meglio, più leggero. Pazzesco, neh? L'uomo è una bestia, lo so. E io non faccio eccezione :-(

Ora che ho fatto?

Be', mi arrovellavo da mesi, cucinandomi dentro a fuoco lento certi fastidi, certe incomprensioni infilzate su uno spiedo, ormai più bruciate che arrosto. E un giorno il fango mi è montato e ha tracimato, inondando il salotto buono, lordando i tappeti e le tappezzerie, rovinando definitivamente le poltrone e i sofà.

Che brutte robe so combinare! E non c'è più ritorno.

lunedì 15 giugno 2009

Casa vuota

La casa è bella, pulita, ordinata. Faccio un bucato ogni volta che il porta-biancheria-sporca è a pena pieno.

Qui si sta bene: la casa è tranquilla, le finestre son esposte a nord e della torrida estate me ne fo un baffo. In due passi sono in centro della nostra piccola città. Il lavoro è vicino a casa.

La dispensa è fornita, l'appartamento è confortevole, ora ho tanto spazio e nulla turba più il mio amore per l'ordine e la regolarità.

Gli armadi ora sono ordinati, il pavimento è tranquillo. La noia regna sovrana.

Ogni volta che entro in casa, o che penso a "casa", il dolore è straziante: la casa è vuota, la vita non c'è più. Lei non è più qui: lei è altrove, in un altro posto che ora per lei sarà, pian piano, casa.

Non più la casa che è "nostra".

Nulla più è "noi", nostro, tuo E mio.

Nulla, non c'è più nulla. Solo il dolore che ho fatto nascere.

Coglione?